Mulino di Riva – Immagine da l’Eco del Chisone

Pochi campi come quello dell’edilizia evidenziano un carattere di così forte di politicità. La polis è, in estrema sintesi, rapporto tra umani mediato da “cose” e, tra queste, in particolare dai luoghi fisici, materiali in cui si svolge la vita. Le abitazioni e gli edifici pubblici, le strade e il profilo della case definiscono lo spazio effettivo e simbolico in cui si svolge l’esistenza effettiva della città.

Non solo, se ci limitiamo a osservare la storia nazionale sappiamo quanto la ricostruzione sia stata trainata (nel bene e nel male) dal settore edilizio. Molto lavoro vivo impiegato, molte idee, fiumi di denaro bene utilizzato e sperperato, moltissime costruzioni che hanno fatto dell’Italia uno dei paesi con maggior consumo di suolo, segnato da un’impressionante azione di saccheggio del territorio. Sono entrati nel senso comune i “sacchi” di Roma e di Palermo, le “mani sulla città” di Napoli e la devastazione operate dall’interesse di gruppi e gruppetti immobiliari e finanziari dell’hinterland milanese e nelle periferie urbane dell’intera penisola.

Meno ricordato, purtroppo, è il grande progetto di riforma urbanistica di Fiorentino Sullo, elaborato all’inizio degli anni Sessanta e affossato dalla Dc (il partito di Sullo) e dalla borghesia palazzinara. Una riforma che avrebbe consentito alla ratio politica di governare i flussi di risorse e intelligenza sociale che la deregulation selvaggia ha allocato senza vincoli presso i privati.

Restringendo lo sguardo su un territorio più delimitato dal punto di vista amministrativo si focalizzano meglio i termini del dibattito e i posizionamenti relativi all’edilizia. Nel confronto politico-amministrativo i Piani Regolatori Generali, le varianti a questi, i cambi di destinazione d’uso sono il terreno privilegiato su cui maturano progetti condivisi, si consumano rotture, si intrecciano legami profondi con la cittadinanza, si programma il “senso” (come direzione e significato) della vita collettiva. Tutto ciò in un quadro di pressioni e interessi economici fortissimi e in un infinito palleggiamento di competenze e attribuzioni tra diversi soggetti istituzionali (Regione, Provincia/Territorio Metropolitano, Comuni).

Proprio per la presenza così fitta di attori diversi, può accadere che i legami tra cause ed effetti si moltiplichino e si confondano, opacizzando le responsabilità che collegano un piano alla sua implementazione.

Il caso del Mulino di Riva ci sembra, sotto tutti questi aspetti, emblematico. A un capo abbiamo denaro a disposizione, un progetto affascinante e la sua realizzazione. All’altro un edificio in stato di abbandono, saccheggiato dai ladri, senza alcuna prospettiva di riutilizzo. In mezzo un’impressionante avvicendarsi di eventi che hanno portato al “corpo morto” di un edificio con forti potenzialità. Quasi si vorrebbe emergessero i motivi “classici” legati a manifesti interessi economici, clientele, affarismo. Invece pare squadernarsi solo una filiera di incompetenza, ignavia, passività, piccoli miserie.

Il testo-memoria di Attilio Fornero, progettista e realizzatore con altre maestranze del Mulino, è articolato, accurato nel cadenzare normative e fatti e non si sottrae a valutazioni tecniche e politiche. La sensazione finale che se ne ricava è quella di un’occasione perduta, probabilmente “grande”, e di uno sperpero di denaro pubblico, di lavoro, di idee. Garantiamo una lettura appassionante.

Qui trovate il contributo di Attilio Fornero

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