“Restare a casa non è per tutte la stessa cosa”.

“Molte sono le donne che subiscono abusi tra le mura domestiche e spesso con loro ci sono bambine e bambini, testimoni ma anche vittime dirette.

La violenza non capita improvvisamente e la convivenza forzata aumenta la frequenza delle aggressioni.

Per queste donne adesso la paura è presente 24 ore su 24.

Infatti il numero del centro antiviolenza ha smesso di squillare!

Ma solo perchè queste donne non possono più chiamare.

Ogni loro azione può essere controllata.

Ma tu con un semplice gesto puoi condividere questo video.

1522 è il numero antiviolenza e stalking

Questo l’inizio del contributo ricevuto dal collettivo Lotto non solo l’Otto e che volentieri pubblichiamo.

Questa è la versione in pdf per il download.

***

LA VIOLENZA DOMESTICA NON E’ UN’ EMERGENZA DEL COVID-19

LIBERTÀ – AUTODETERMINAZIONE – EMANCIPAZIONE – AUTONOMIA[1]

 

“Restare a casa non è per tutte la stessa cosa”.

“Molte sono le donne che subiscono abusi tra le mura domestiche e spesso con loro ci sono bambine e bambini, testimoni ma anche vittime dirette.

La violenza non capita improvvisamente e la convivenza forzata aumenta la frequenza delle aggressioni.

Per queste donne adesso la paura è presente 24 ore su 24.

Infatti il numero del centro antiviolenza ha smesso di squillare!

Ma solo perchè queste donne non possono più chiamare.

Ogni loro azione può essere controllata.

Ma tu con un semplice gesto puoi condividere questo video.

1522 è il numero antiviolenza e stalking[2]

Questo è il testo di uno dei tre brevissimi video prodotti e diffusi dall’associazione ROSSO INDELEBILE[3], in collaborazione con enti pubblici ed associazioni che si occupano del medesimo tema, per cercare di raggiungere quelle donne o vicini di casa che sono vittime o testimoni di violenza domestica.

Purtroppo maggior diffusione hanno i vari video self-made che stanno girando in questo periodo e che vorrebbero mostrare un lato ironico, per noi inconcepibile, in cui gli uomini si lamentano di dover stare a casa con la moglie, riproponendo uno stereotipo in cui l’uomo sopporta la donna e la lega alla poltrona per farla stare “brava” o addirittura video in cui un lui, chiede ad un amico come far sparire il corpo della moglie che ha ucciso durante la quarantena perchè non la sopportava più e chiede consiglio se congelarla o tagliarla a pezzi,  Questi video e la loro diffusione sono veramente inaccettabili e ci chiediamo quali siano i valori degli uomini o delle donne che continuano a diffonderne la visione.

Marina Penasso[4] ha curato una breve ricerca  dal titolo “La violenza di genere durante la pandemia da covid-19[5]”,  aggiornata al 25 marzo 2020, in cui si evidenzia come in diversi Paesi del mondo, durante la quarantena, le violenze domestiche siano aumentate ma allo stesso tempo le segnalazioni siano crollate nel giro di pochi in concomitanza con il lockdown.

Se il lockdown totale è stata la misura estrema dei governi per contrastare il coronavirus, e ha come obiettivo quello di proteggere le persone tenendole a casa, c’è da chiedersi se quelle migliaia di donne che subiscono violenze domestiche non siano  in un pericolo ancora maggiore, durante questo isolamento forzato. Le voci delle operatrici dei centri antiviolenza e delle attiviste che lavorano tutto l’anno su questo problema, delineano la reale possibilità che le persone che subiscono abusi siano ora confinate, segregate a casa con l’autore delle violenze. Anche un articolo di Save the Children Italia sottolinea che i momenti in cui si registra un aumento degli episodi di violenza sono infatti proprio le vacanze estive e le festività, i periodi cioè in cui la convivenza si fa più stretta.

In Spagna, per aiutare queste donne,  è stato creato un progetto che  prevede di utilizzare le farmacie per poter denunciare i maltrattamenti subiti, nominando alla farmacista il nome in codice Mascherina 19, lei saprà di dover chiedere aiuto per quella donna.

Come evidenziato dalla ricerca citata prima ed in linea con i timori delle operatrici del settore, i dati del telefono Rosa delle prime due settimane di marzo rilevano una diminuzione del 50% rispetto a quelle dello stesso periodo dell’anno scorso.”[6]

 

In questi giorni di reclusione forzata sono tanti i pensieri e le preoccupazioni : difficoltà economiche, relazionali, psicologiche e difficoltà nel gestire una quotidianità sempre più pesante. Soprattutto per le donne, perchè sono loro che normalmente si occupano della casa, della cura dei figl*, delle incombenze legate alla scuola a distanza, della preparazione dei pasti e più in generale della gestione delle relazioni all’interno delle mura domestiche.

Sappiamo che per molte donne la casa non è un luogo di protezione, di ascolto, di condivisione, di sicurezza, non solo in questi giorni così difficili. Per molte donne e per i loro figl* la casa è il luogo in cui si consumano rapporti di maltrattamenti, soprusi, umiliazioni, violenza, controllo.

 

Ne abbiamo parlato con l’avvocata Silvia Lorenzino, Centri Antiviolenza E.M.M.A. Onlus. Le chiediamo quale sia la situazione in questi giorni del #restiamo a casa e #andràtutto bene, di quelle donne e que* bambin* per i quali la casa già prima non era un posto sicuro. Di seguito un resoconto dell’incontro.

 

Sebbene la violenza domestica sia una situazione strutturale che ha origini culturali poichè deriva da una struttura sociale fondata su principi patriarcali, in questi giorni di reclusione forzata le violenze continuano, o addirittura aumentano, a causa della condivisione totale di spazi domestici e tempi di vita che invece prima erano scanditi dal lavoro e dalla scuola, per le famiglie con figli.

Quindi, precisato che la violenza domestica, diretta o indiretta, non è un’emergenza di questo periodo, così come non lo sono i femminicidi, i maltrattamenti e le umiliazioni di uomini verso le proprie compagne e spesso madri dei loro figli , vi sono però delle specificità proprie di questo periodo di segregazione forzata.

L’allontanamento dell’uomo potrebbe sembrare la più semplice delle soluzioni per i non addetti ai lavori, ma così non è poichè ogni storia, ogni situazione, ha una sua specificità, sia umana, che psicologica, che giuridica.

Nella relazione violenta all’interno della coppia il problema è l’uomo e dovrebbe essere l’uomo a doversi allontanare, con mezzi propri (sociali ed economici), ma questo difficilmente accade. Non dovrebbe essere la donna a farne le spese solo perchè non si sa dove  “collocare” l’uomo. Il focus dei centri antiviolenza è la donna e i suoi figli, non l’uomo maltrattante.

Il coronavirus fa emergere con più forza i problemi che già c’erano: non tutte le donne devono essere allontanate da casa, poichè quando è possibile ottenere nell’immediatezza una misura cautelare di allontanamento del maltrattante e questo provvedimento è adeguato al caso concreto ed alla corretta valutazione del rischio è di certo meglio che la donna resti nella propria abitazione con i figli. Si deve però comprendere che le situazioni sono molto diverse tra loro. Ci sono casi infatti di maggiore pericolosità e se la probabilità di reiterazione del reato è molto alta, qualora la magistratura non ritenga di adottare nei confronti del maltrattante la misura cautelare più afflittiva tra quelle possibili, ovvero la custodia in carcere, o nel mentre che tale misura perviene, si deve allontanare la donna mettendola in protezione, in un luogo sicuro ad indirizzo segreto, con i figli.

In questo momento di isolamento forzato però, data la situazione attuale delle carceri (ma neanche quella è un’emergenza legata al Covid-19 perchè è da anni che le carceri vivono problemi di sovraffollamento, mancate soluzioni di pena alternativa, persone detenute che aspettano una sentenza definitiva), si cerca di evitare la carcerazione se non strettamente necessaria. Come fare dunque se la situazione è grave?  Se l’unica soluzione possibile in quel momento è un allontanamento, allora l’autorità guidiziaria deve farlo subito, non è la donna maltrattata a doversi far carico del problema delle carceri sovraffollate.

È necessario avere sempre una visione d’insieme. Sebbene gli attori siano diversi, il Pubblico Ministero, il Giudice per le Indagini Preliminari (G.I.P.) le forze dell’ordine, le assistenti sociali, i centri antiviolenza, una visione d’insieme è fondamentale. Nel corso degli anni il funzionamento della rete è migliorato e le indicazioni che propongono i Centri, sono spesso prese in considerazione,  essendo in prima linea e servizi dedicati, ma i Centri non hanno potere decisionale. Le operatrici dei Centri antiviolenza fanno una valutazione del rischio di ogni situazione perchè hanno maggiore formazione sul tema, un maggiore accesso alle informazioni dalla donna dato il rapporto di fiducia che costruiscono nel tempo e tengono insieme una pluralità di ragionamenti, anche per optare per delle proposte che abbiano una tenuta d’insieme: allontanamento e collocazione in struttura di emergenza ed a seguire in casa rifugio per i casi più pericolosi e/o per donne che hanno bisogno di essere maggiormente sostenute, lavorare perchè la donna resti a casa se già più strutturata e determinata al percorso di uscita dalla violenza e/o meno a rischio, in presenza di misura cautelare di allontanamento del maltrattante.

Un’altra criticità di questo periodo sta nel fatto che i Tribunali sono chiusi, la regolamentazione degli incontri è di difficile gestione e gli incontri protetti sono sospesi (anche se talvolta gli incontri “protetti” possono essere momenti pericolosi per le stesse donne). Come gestire quindi situazioni che rischiano di diventare di emergenza, se non disciplinate, se i Tribunali sono chiusi? Il problema è complesso dal momento che  ci sono situazioni non così urgenti, perché diventate abituali, per le quali quindi in questo momento non si può adire l’autorità giudiziaria, ma che rischiano di diventarlo proprio a causa dell’isolamento forzato di tutte e tutti, perchè può scattare un aggravamento del quadro all’improvviso ed in tal caso, se necessaria una misura cautelare, in assenza di arresto, possono passare anche 10-15 giorni dalla denuncia dovendo essere fatte le dovute verifiche del caso.

Non sempre le donne vanno nei centri antiviolenza, spesso lo fanno quando la situazione è già grave e loro sono sfinite, ma è lì che possono trovare un’operatrice specializzata per raccogliere le giuste informazioni che altrimenti non emergerebbero, perchè  talvolta la donna si abitua ad una quotidianità della violenza che non è solo fisica, ma anche psicologica ed economica e, se vogliono, un’avvocata che può informarle sui diritti per aiutarle a decidere con consapevolezza ed a sapere che possono ricevere un aiuto gratuitamente.  Le misure cautelari sono applicabili nei casi di maltrattamento, che si configura con condotte continuative, ma queste devono essere descritte con precisione. Molte donne che vanno all’Ospedale o dalle forze dell’ordine in momenti di disperazione, raccontano solo parzialmente i fatti e a volte ritrattano, perché hanno troppa paura: che vengano allontanati i figli, di rimanere senza casa, di essere senza lavoro e quindi senza soldi  se dipendono economicamente da lui. Le donne spesso hanno più paura di fare un salto nel buio, dell’ignoto, piuttosto che lasciare una situazione di maltrattamento che hanno imparato a gestire.

L’informazione, la consapevolezza, l’autodeterminazione, sono tutti elementi che rendono una donna più sicura e più pronta a fare scelte in autonomia di rottura con il passato.

Sono due i luoghi in cui si possono inserire le donne con situazioni diverse: le strutture in emergenza e le case rifugio. In questo momento di possibile contagio, è indispensabile fare i tamponi alle persone che potrebbero entrare in struttura, perchè in tal caso, dopo un breve isolamento precauzionale, potrebbero condividere la collocazione con altre donne. Siamo in un Paese in cui si fanno i tamponi ai calciatori e non a quelle fasce di popolazione per le quali è una questione di sopravvivenza (lo abbiamo visto per i sospetti positivi e per gli anziani nelle case di riposo), quindi forse questa richiesta è pleonastica! L’alternativa è mettere tutte le donne in isolamento, per evitare contagi reciproci; ma che senso ha isolare una persona che è già in una situazione di fragilità e sradicamento e avrebbe al contrario bisogno di sostegno e supporto? Senza i tamponi ci sono due vie: dover continuare a stare in una casa non sicura, o vivere isolata con i propri figli in luoghi protetti senza possibilità di condivisione per ragioni sanitarie. La donna esce da un isolamento per entrare in un altro!

Uscire dalla violenza passa anche attraverso lo stare insieme ad altre donne per condividere esperienze, fare una narrazione comune e poter cominciare a riassaporare insieme la libertà delle proprie scelte, l’autodeterminazione dei propri pensieri e delle proprie azioni, l’emancipazione del proprio essere donna e l’autonomia della propria esistenza.

L’avvocata Lorenzino conclude “Quando i Centri Antiviolenza diventeranno veramente il fulcro, anche  decisionale, della lotta alla violenza di genere, forse avremo messo in atto il primo passo per un contrasto veramente efficace del fenomeno e non parleremo più di emergenza”.

 

13 aprile 2020

LOTTO NON SOLO L’OTTO

 

[1] Da http://www.emmacentriantiviolenza.com

[2] Tratto dal video #failatuaparte @riprendilatuavita n. 3 di ROSSO INDELEBILE

[3] rossoindelebile.it. Progetto artistico per la prevenzione della violenza di genere

[4] Marina Penasso è referente per le ricerche bibliografiche sui temi di promozione della salute richieste dall’utenza del Centro DORS

[5] Violenza di genere durante la pandemia da Covid-19, a cura di Marina Penasso. Aggiornata al 25 marzo 2020

[6] Dal sito di EMMA ONLUS all’11/04/2020

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